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Gay & Bisex

Il Grand Coucher del Re


di honeybear
12.10.2026    |    749    |    1 9.2
"Lo serra leggermente alla base con i denti, usandoli per ripercorrere la medesima strada..."
Lui per me non è il Re, il Monarca o il mio Sovrano. Lui per me è il marito della Regina. Ed io per lui sono il Grand Coucher di corte, colui che, dopo una cerimonia importante o dopo un gran ballo, è l'ultima persona che attende alla Sua persona prima di coricarsi. Sono fiero della mia funzione a corte, che cerco di svolgere con il massimo impegno e la massima dedizione possibili. E Lui credo apprezzi.
Il protocollo da seguire è ormai divenuto un rituale ogniqualvolta viene messo in atto. I valletti lo spogliano del sontuoso mantello, della giacca e dei gioielli reali, consapevoli di dover maneggiare tutto con la massima cura e riporlo nell’armadio o nelle casseforti.
«Lasciategliele» intimai al più giovane di loro che si apprestava a levargli le scarpe. «Potete ritirarvi sino a domattina quando tornerete qui per la vestizione.»
In perfetta sincronia s’inchinano augurando la buona notte e in fila indiana lasciano la stanza.

«Siete sicuro che siamo soli?»
Annuisco. «Bene. Allora avvicinatevi.»
Si siede sulla poltrona del piccolo scrittoio allungando le sue gambe. Mi inginocchio e con gentilezza gli sfilo le scarpe di vernice lucida, sistemandole fuori dalla stanza affinché il valletto deputato le possa prelevare per lucidarle prima di riporle. Mi accoscio di nuovo per accarezzare i suoi piedi coperti dalle calze di seta leggera che gli levo delicatamente. Ne avvicino uno al mio volto come fosse una mano per accarezzarmi e sentirne il profumo. Lo tengo appoggiato alla mia guancia e gli massaggio ogni singolo dito. Ripeto l'operazione e, dopo aver accarezzato la folta e morbida peluria che avvolge stinchi e polpacci salgo fino al ginocchio. Mi guarda mentre lascio scivolare in bocca entrambi gli alluci, succhiandoli come i bambini fanno con il pollice. Reclina la testa sbuffando; l'intensità del gemito aumenta quando la lingua percorre tutta la pianta del piede e giocherello con le dita.
«Questo trattamento è oltremodo piacevole» commenta mentre le mie mani si affaccendano a sciogliere i nodi che lo imbracano nei sontuosi pantaloni alla zuava di broccato azzurro, rivelando le morbide culotte di cotone chiaro.
Allunga una mano e mi aiuta ad alzarmi; faccio lo stesso: ora siamo uno di fronte all'altro. Mi cinge i fianchi avvicinandomi a sé e bisbigliandomi: «Chiamami con il mio nome, nel modo in cui solo tu riesci a fare.»
Soffio quelle lettere nelle sue orecchie, imprimendo la mia mano sulla sua intimità. La sento sussultare. Ripeto quel nome infinite volte e a ogni sussulto il suo membro si indurisce sempre più.
«Posso liberarlo, Signore?»
«Dovete!» risponde mentre termina di slacciarmi il panciotto, che finisce a terra con la livrea.
Disfo i nodi all'altezza della cintola e gli calo quelle inutili brache. La mia mano scivola all'altezza del pube: con le mie dita districo quei folti ricci che amo accarezzare eccitandolo. La mia mano scivola sotto il sacco scrotale, che stringo alla base tirandolo verso l'alto strappandogli un grido sommesso. Passo poi a massaggiare la delicata pelle, adorna di vene, della sua virilità.
«Avvicinatevi.»
Le mie labbra si posano sulle sue mentre le sue mani scivolano sui miei glutei, strofinandoli delicatamente.
«Posso?» chiede.
«Non è vostro compito, ma se mi ordinate di denudarmi lo farò.»
«Voglio farlo invece» scelgo di assecondarlo.
«Ora finite pure il vostro lavoro.»

E così ci ritroviamo entrambi completamente nudi, con le aste tese, a baciarci spudoratamente. Nella stanza in penombra non siamo più il Monarca ed uno dei suoi sottoposti: siamo semplicemente due uomini, due esseri umani in cerca di una complicità tutta maschile che varca i rigidi confini delle etichette di corte.
Mi siedo sul bordo del letto lasciandogli spazio tra le mie gambe. Afferra il mio membro stringendolo come potrebbe fare con lo scettro regale. Lo massaggia, assaggiandone la cima con la lingua suggendo il liquido lattiginoso che emana. Schiude le labbra e lo degusta completamente; sento la sua lingua calda e bagnata avvolgerlo, muovendosi morbida su tutta la superficie. Lo serra leggermente alla base con i denti, usandoli per ripercorrere la medesima strada. Un brivido di enorme piacere mi corre lungo la schiena, tanto da inarcarmi e appoggiarmi con i gomiti al letto. Le sue labbra si avvicinano ulteriormente per consentirgli di ingoiare e bagnare anche il resto della mia asta. Sento il suo naso aspirare i profumi del mio pelo pubico, mentre la sua barba solletica le mie natiche.
Mi fa sdraiare e con la lingua risale lungo il mio corpo, soffermandosi a circoscrivere il diametro dei miei capezzoli, per arrivare nuovamente alla mia bocca, che bacia lungamente mentre mi allunga le braccia sopra la testa per assaporare il profumo intenso delle mie ascelle. Monta su di me con tutto il resto del suo corpo, fino ad affondarmi i suoi lanuginosi glutei sulla faccia. La mia lingua inizia a roteare intorno al regale buco, lavandone la copiosa peluria che lo circonda. L'eco dei gemiti che gli strappo si diffonde nella stanza mentre lui sicuramente sta titillando i suoi capezzoli che, al pari dei miei, saranno duri come il marmo. La mia lingua riesce ad ammorbidire le pieghe dell'orifizio e lentamente si fa strada al suo interno, bagnandolo copiosamente.

È a quel punto che si stacca e, raggiunta la spalliera, si mette carponi. Volgendosi verso di me, sussurra: «Adesso è il momento, sono pronto.»
Mi alzo, mi avvicino a lui e con delicatezza appoggio la cappella bagnata e grondante a quel buco che, dilatato e pulsante, la richiama ipnoticamente. La introduco, per poi fuggirne e ripetere l'operazione ancora e ancora, fino a che lui non sussurra: «Voglio il resto, lo voglio tutto.»
A quel punto affondo.
«Non muovetevi» mi ordina. «Restate così.»
Appoggio il mio petto sulla sua schiena. Passo le braccia sotto le sue ascelle per stringere saldamente il suo petto. Scendo con le mani fino all’irsuto e morbido adipe che tanto mi piace accarezzare, e da lì alla sua virilità tesa. Risalgo per riposizionarmi esattamente da dove sono partito: «Muovetevi ora… Fatelo lentamente!» e così inizio, ma il ritmo diventa presto più incalzante, travolti come siamo dalla furia della passione che ci sta divorando. I suoi gemiti si soffocano nei cuscini morbidi al pari delle dita che stringono le preziose sete.
Mi blocco. Un grido, un guaito interminabile indica all'uomo sotto di me che il mio orgasmo è stato raggiunto. Faccio per sfilarmi, ma il suo «Aspetta» mi ferma.
«Voglio sentirvi dentro di me il più a lungo possibile.»
Lo appiattisco sul suo lussuoso giaciglio e lo accontento, seguitando a spingere fino a che la tensione del mio membro me lo concede, dopodiché rimango così, adagiato sopra di lui, coprendo la sua nuca e le sue ampie spalle di baci delicati. Me ne esco mettendomi supino e lui fa lo stesso: la sua erezione ritta all'inverosimile.
Restiamo a guardarla incantati mentre decido come usarla.

Infilo la mia mano nella sua bocca e la passo sul mio membro per raccogliere le ultime gocce di quello sperma che gli ho donato, inizio un lento e minuzioso lavoro per ammorbidire il mio anello.
Mi guarda continuando a masturbarsi, fino a che non afferra saldamente il mio polso allontanandolo dall’obiettivo. È il segnale. Divarico le gambe; lui si posiziona sopra di me, avendo la cura di passarmi sotto la schiena un paio di cuscini per facilitare la sua penetrazione, che avviene con un'unica spinta. Stringo le mie gambe intorno ai suoi fianchi e le mie braccia attorno al collo. Spinge furiosamente da subito, perché già pronto a restituirmi un regalo simile al mio. Bastano pochi spasmodici colpi e, quando il seme è pronto a sgorgare, esce per irrorare il mio fondoschiena.
Sorride e mi bacia mentre nuovamente mi possiede, portando dentro di me un po' di quel liquido caldo. Replica lo stesso mio rito, continuando a spingere fino a che l'erezione glielo permette per accasciarsi infine sul mio petto, rimanendo mio prigioniero. Trascorriamo la notte intera abbracciati l'uno all'altro e soddisfacendo le nostre pulsioni fino a che il sonno non ci coglie definitivamente appagati.
All’alba scivolo silenzioso fuori dal letto, rivestendomi nel silenzio e nella penombra, mentre la schiera dei valletti è pronta, al mio segnale, ad entrare e ripetere le quotidiane mansioni del risveglio.

«Spero che Sua Maestà non abbia preso un malanno, rimasta com'era senza le sue regali vesti, stanotte» commento.
«Al contrario! Direi piuttosto che ho goduto del giusto tepore,» è la sua regale risposta.
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